approccio cognitivo-zooantropologico

Evolviamo? Il continuo miglioramento dell’approccio uomo-cane.

di Livio Guerra

Per moltissimi anni, nell’addestramento cinofilo, ci si è sempre comportati in maniera prevalentemente militaresca e prevaricatrice nei confronti del cane. Il miglior amico dell’uomo era, e per molti lo è ancora, un soggetto da controllare e/o uno strumento da finalizzare a uno scopo, a un’attività umana. Molte esibizioni e parate cinofile di condotta, a ben guardare altro non sono che la trasposizione del famoso “addestramento formale” ben noto ai maschietti che hanno avuto la ventura di prestare il servizio militare di leva. Come pure l’esasperazione del ricorso continuo ai comandi, magari dati in tedesco (i vari “fuss!”, “sitz!”, “platz!”, ecc). La punizione anche corporale (detta positiva…) era, e purtroppo per alcuni lo è ancora oggi, quasi l’unico modo per “far capire al cane” quello che vogliamo che sia il suo comportamento. Molto francamente, devo dire che questi concetti sono stati alla base anche del mio primo incontro, ormai molti anni fa, con la cinofilia.

Oltre il metodo gentile

Verso la fine degli anni ’90 ha poi largamente preso piede anche in Italia il cosiddetto “metodo gentile” che si basa sulla legge “dell’effetto”. Per l’epoca fu indubbiamente un notevole passo avanti, un’aria nuova che veniva dagli Stati Uniti. Si fece strada la consapevolezza che si poteva addestrare il cane con il cosiddetto “rinforzo positivo”. Tuttavia, anche nell'”addestramento gentile”, ancora oggi largamente praticato, si fa spesso ricorso alle punizioni e a strumenti coercitivi (collari a strangolo). Per molti che affermano di praticare questo metodo la “gentilezza” consiste unicamente nel fare largo uso della gratificazione con il bocconcino o, al massimo, lanciare la solita pallina. Spesso e volentieri si arriva comunque allo strattone con lo strangolo o al continuo ricorso al: “Noooo!!!” urlato, che deve far venir giù la casa. I sostenitori di questi metodi li sostengono con motivazioni del tipo: “perché il cane deve capire chi comanda e chi è il capobranco a cui è sottomesso!”, “Perché in natura i cani hanno sempre il capobranco”… Viene da chiedersi dove siano tutti questi branchi di cani liberi allo stato brado, regolati da discutibili leggi comportamentali che noi dovremmo imporre ai nostri.

Razze “vincenti”

Non parliamo poi delle tecniche utilizzate per migliorare le prestazioni in alcuni sport o attività cinotecniche, che portano a selezionare solo alcune razze che avrebbero “i numeri per vincere” e non ci preoccupiamo se poi ci ritroviamo cani stressati, “schizzati” per la pallina o il salsicciotto, spremuti come limoni e poi scartati, tutto solo per la vanità performativa di proprietari e istruttori, con buona pace per il rispetto dei loro reali bisogni.

Una svolta importante

A mio avviso, la vera, radicale svolta si è avuta con gli studi del professor Roberto Marchesini sulla zooantropologia. La sua è stata una rivoluzione concettuale. L’approccio cognitivo-zooantropologico, non è semplicemente un metodo diverso o alternativo agli altri. Si tratta di un approccio anche filosoficamente innovativo, che integra ed evolve la visone etologica classica. Il nuovo punto di partenza è la relazione fra noi e il cane. Non il banale rapporto uomo-cane sempre citato e, alla fine, buono per giustificare tutte le tecniche e per tutte le stagioni: innanzitutto il cane non è più oggetto, ma soggetto della relazione con l’uomo. Viene sancita e riconosciuta la sua identità e gli imprescindibili rispetto e difesa dei suoi bisogni. Ciò significa, quindi, che la zooantropologia rifiuta anche la visione antropomorfa della relazione con il cane. Non è vero, come sostiene qualche approssimativo detrattore dell’approccio cognitivo-zooantropologico, che si consideri il cane come un bambino, un figlio, eccetera. 

L’approccio cognitivo-zooantropologico

L’affettività nella relazione con il nostro amico a quattro zampe è una cosa fondamentale, ma riconoscere l’identità del cane vuol dire molto altro e di più, ed è l’opposto della sua antropomorfizzazione. La zooantropologia parte dallo studio delle origini della relazione dell’uomo con il lupo che progressivamente è diventato cane. Come siamo arrivati oggi a essere in maniera cosi unica e speciale “lui con noi e noi con lui”, è il frutto di un’ininterrotta convivenza che ha reciprocamente marcato le nostre diverse identità. Nell’approccio cognitivo-zooantropologico il cane è innanzitutto considerato come un essere a tutto tondo, dotato di proprie capacità cognitive, con tutto ciò che ne consegue (motivazioni, emozioni, comunicazione, ecc.).

Un progetto pedagogico per il cane

Non si parla più di addestramento, di corsi di obbedienza o di educazione nel senso meccanicistico (behaviorista) del passato, ma invece si concretizza un vero e proprio progetto pedagogico per la strutturazione del carattere del cane e per lo sviluppo della relazione con il proprietario. L’obiettivo finale sarà una coppia perfettamente in sintonia (allineata) nel mondo, pur nelle ovvie e indiscutibili diversità di ruoli e competenze. Su questa solida base referenziale sarà poi possibile dedicarsi, ora sì veramente in coppia, alle più diverse attività ludico-sportive-sociali, sempre, naturalmente, nell’assoluto e prioritario rispetto dei bisogni del cane. In questa logica sono convinto che il 2002, anno nel quale è stata sottoscritta la “Carta Modena 2002 dei valori e dei principi sulla Pet Relationship”, abbia segnato un fondamentale punto di svolta fra il prima e il dopo.

Rimettiamoci in discussione

Non intendo qui negare le precedenti esperienze del mio percorso di formazione e delle attività anche con le Unità Cinofile di Protezione Civile, ma la corretta chiave di lettura, secondo me, è proprio questa: si tratta di un percorso, di una continua evoluzione. Oggi, per me, non sono più comprensibili e tollerabili certi metodi e comportamenti nelle diverse attività cinofile. Le conoscenze e i mezzi per cambiare ci sono: dobbiamo però avere la voglia di percorrere strade nuove, aggiornarci, studiare, sperimentare e, perché no?, rimetterci in discussione!